Storytelling (e storyteller)

Scrive Andrea Fontana in Manuale di storytelling (Etas, 2009): “Viviamo in una dimensione narrativa. Dall’automobile alla camera da letto, dai cellulari ai reality televisivi la nostra vita quotidiana è costantemente avvolta da una rete narrativa che filtra le nostre percezioni, stimola i nostri pensieri, evoca le nostre emozioni, eccita i nostri sensi, determinando risposte multisensoriali”. Affermazione incontestabile, ovvia direi. E, aggiungendo ovvietà ad ovvietà, conoscere e saper sfruttare questa dimensione narrativa diventa fondamentale per determinare il successo o l’insuccesso di un’impresa o di un prodotto.

Contrariamente a quanto si pensa lo storytelling non consiste nel mettere in belle parole un racconto, ma è una vera e propria scienza manageriale, che mutua i suoi strumenti da numerose discipline – semiotica, psicologia, antropologia – e che non ha solo lo scopo di informare, ma di orientare il processo decisionale (o, in altre parole, di sedurre e persuadere).

Detto questo è ovvio che in principio fu il contenuto (per parafrasare l’incipit di un famoso libro). Bisogna cioè avere prima di tutto una storia da raccontare: apparentemente questa è una banalità, ma ad un’attenta analisi non lo è affatto. Succede infatti che la stragrande maggioranza delle aziende o non sa di avere una storia da raccontare o – peggio ancora – sta raccontando la storia sbagliata!

Il meccanismo in cui molti cadono è infatti quello di raccontarsi come si vedono loro. Il problema è che spesso la percezione che ognuno ha di se stesso è distorta: è come guardare una propria foto ed esclamare “ma io non sono così!”. Potrà anche essere vero, ma gli altri vedono comunque quella foto, ci piaccia o non ci piaccia. Il compito dello storyteller sarà allora quello di mettere il soggetto della narrazione davanti ad uno specchio e costringerlo a vedersi come lo vedono gli altri. Intendiamoci, non si tratta di rinnegare i propri valori e le proprie convinzioni, ma semplicemente di valorizzare quegli aspetti che più colpiscono gli altri proprio per poi far “passare” quelli a cui noi teniamo di più (in altre parole non si tratta tanto di dire agli altri cosa vogliono sentirsi dire, ma di dirlo come vogliono sentirselo dire). Sempre per tornare all’esempio della foto: se universalmente ci viene riconosciuto uno sguardo magnetico, perché ostinarsi a farsi immortalare con gli occhiali da sole che a noi piacciono tanto? Offriamo agli altri lo spettacolo dei nostri begli occhi: ci saranno tempo e modo per sfoggiare i nostri amatissimi occhiali.

Questo è il primo passo per cominciare a costruire la propria storia: prossimamente cercheremo di illustrare alcune tecniche di base e di svelare qualche strumento del mestiere.

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Un pensiero su “Storytelling (e storyteller)

  1. Pingback: Perché (e come) fare storytelling d’impresa | 4pops

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