Perché (e come) fare storytelling d’impresa

cucchiaio

Nell’articolo Storytelling (e storyteller) citando Andrea Fontana, avevo affermato che la dimensione narrativa pervade in realtà tutta la nostra esistenza. In questo articolo intendo alzare la posta affermando che non solo siamo circondati da una rete di racconti, ma che quella della narrazione è la modalità attraverso la quale l’uomo organizza il suo stesso pensiero. Se è vero infatti che esistono almeno due forme di pensiero – quello logico-scientifico e quello narrativo (cfr. le teorie dello psicologo Jerome Bruner) – è pur vero che la maggioranza delle nostre azioni è guidata dal secondo, in quanto il pensiero logico va bene per confutare teorie, è fatto di analisi rigorose ed intenzionali, il suo fine è quello razionale di spingere a ricercare la verità; ma per la vita di “tutti i giorni” quello che entra in azione è il pensiero narrativo che si muove nella sfera dell’irrazionale, fa appello ai sentimenti ed è finalizzato a trovare il senso: in altre parole a codificare e catalogare ogni azione della nostra vita, non a spiegare le grandi teorie.

Per questo motivo saper maneggiare in maniera consapevole il processo di elaborazione del pensiero narrativo significa, per un’azienda, essere in grado di gestire la propria comunicazione – interna o esterna che sia – e financo guidare i processi decisionali.

Giungere a questo grado di consapevolezza è un cammino lungo e complesso, che se da una parte si avvale del supporto di un professionista (lo storyteller), deve però essere interiorizzato da tutti i soggetti che prendono parte al processo decisionale e creativo.

Nell’articolo citato all’inizio avevo dichiarato che il primo passo fosse quello di mettersi nelle condizioni di guardarsi “con gli occhi dell’altro”. Questa prima fase ha lo scopo di prendere atto di quella che è la narrazione di noi stessi che fino ad ora abbiamo offerto agli altri. Vi invito a fare un esperimento. Prendete uno specchietto di quelli piccoli da borsetta ed un cucchiaio bello lucido. Guardatevi alternativamente nello specchio e nel cucchiaio. Vedete la stessa immagine? No? Ecco: quella nello specchio è l’immagine (la narrazione) che avete di voi stessi; quella nel cucchiaio è invece l’immagine (e la narrazione) che gli altri vedono. Compito dello storytelling è quello di fare in modo che le due immagini coincidano, costruendo un racconto che ne proponga una che, partendo dai propri valori di base, sia in grado di comunicarli in una maniera comprensibile agli altri. Ed è a questo punto che si è pronti per il secondo passo: individuare quello che in semiotica viene chiamato “l’oggetto di valore”, che altro non è che l’essenza stessa e più profonda della narrazione che ci accingiamo ad intraprendere. Si tratta in sostanza di capire esattamente cosa vogliamo comunicare e perché. Quando arriviamo a rispondere a queste due domande, possiamo dire di aver fatto un buon 30% del lavoro; rimane ovviamente ancora da capire come comunicarlo nella maniera più efficace. Ma questa è ancora un’altra storia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...